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Amaro al luppolo 50 cl TRE FONTANE

Amaro al luppolo 50 cl TRE FONTANE

Originale amaro al luppolo, prodotto e imbottigliato presso l’Antico Liquorificio Trappisti delle Tre Fontane.

Alcool 32% vol.

Ingredienti:

Amaro, Arancio Amaro, Erbe aromatiche, Luppolo, Zucchero

Formato: 500ml
Ordine: Trappista
Produttore:
29,05 

2 disponibili

Il complesso abbaziale delle Tre Fontane è situato sul tracciato dell’antica via Laurentina, in una piccola valle con alberi di eucalipto. Un’area in cui sono tutt’ora presenti storia e tradizioni giunte fin dall’epoca paleocristiana.
La nascita del nome “Tre Fontane” è strettamente legata ad un episodio molto importante per la cristianità: il 29 giugno del 67 d.C., presso le Acque Salvie, l’apostolo Paolo viene martirizzato per decapitazione; la tradizione vuole che la testa di San Paolo, recisa, sia rimbalzata a terra tre volte, facendo scaturire, nei tre punti di contatto col terreno, altrettante fonti d’acqua.
Il fatto è testimoniato da documenti. Il più antico risale agli “Acta Petri et Pauli”, del V secolo e di origine greca. Un secondo documento è una lettera inviata da papa Gregorio Magno al diacono Felice, nell’anno 604, in cui il pontefice si diceva convinto che nel luogo fosse avvenuta la drammatica uccisione di San Paolo.
È Benedetto del Soratte a riferirci nel Chronicon della prima comunità monastica sorta presso le Acque Salvie: il generale bizantino Narsete, governatore d’Italia (patricius Italiæ), in nome dell’imperatore Giustiniano, costruisce, nella seconda metà del VI secolo, un monastero annesso alla piccola chiesa dedicata a San Paolo. Nel Chronicon ci si riferisce al monastero come il «monastero detto ad Aquas Salvias», dove si venerano le reliquie di Sant’Anastasio. I primi ad abitarlo furono monaci greci, arrivati a Roma quasi certamente dopo l’invasione della Cilicia da parte degli Arabi. Fu forse la presenza di monaci greci che spinse l’imperatore Eraclio a destinare loro la custodia delle reliquie di Sant’Anastasio, monaco persiano martirizzato per volere di Cosroe nel 624, e a inviarle alle Acque Salvie nella prima metà del VII secolo.
Già nel 650, infatti, il catalogo De locis sanctis Martyrum, che indica i luoghi di Roma che accolgono le tombe dei martiri, cita il monastero dell Acque Salvie come il posto «dove è conservato il capo di Sant’Anastasio e dove fu decapitato San Paolo».
Tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo: è attestata la presenza di una chiesa dedicata alla Vergine, individuabile come la cappella sulla quale sorgerà Santa Maria Scala Cœli.
Nel Liber Pontificalis sono riferite altre donazioni da parte dei Papi che si sono succeduti tra l’VIII e il XI secolo, a dimostrazione della grande importanza per la Chiesa delle Acque Salvie e del monastero di Sant’Anastasio.
Il 22 gennaio, festa di Sant’Anastasio. Papa Leone III era sul campo, insieme con Carlo Magno, e venne ispirato da un sogno premonitore: fece inviare a Roma alcuni monaci a prendere le reliquie del Santo; quando queste arrivarono di fronte alla roccaforte nemica le sue mura crollarono come sconquassate da un terremoto. Per questo motivo, in segno di riconoscenza, il papa e l’imperatore con un atto firmato congiuntamente, destinarono al monastero di Tre Fontane i territori di Ansedonia, Orbetello, Monte Argentario, Marsigliana e l’isola del Giglio.
Il testo originale è andato perduto, ma rimangono molte trascrizioni e una testimonianza esplicita in una bolla del 1255. Nei secoli successivi, prima attraverso una concessione alla famiglia Aldobrandini di Soana, poi agli Orsini, i territori passarono di proprietà dell’abate di Sant’Anastasio alla municipalità di Siena. Tuttavia, nonostante l’assistenza e l’interesse da parte dei papi, il monastero non sembrò potersi sottrarre a un destino di lenta decadenza. Gregorio VII, verso 1080, tentò di risollevarne le sorti non solo confermando tutte le donazioni fatte, compresa quella di Ansedonia, e restaurando i fabbricati, ma fece venire, forse da Cluny, un gruppo di monaci benedettini, nel tentativo di ricostituire una comunità regolata. Da quel momento dei monaci armeni non si parlerà più, anche se qualche sporadica presenza verrà riscontrata fino al 1300.

Periodo Cistercense

Della comunità benedettina, che subentrò ai monaci greci, si hanno modeste informazioni se si eccettua la data del loro allontanamento. I motivi sono presumibilmente due: la malaria e l’intenzione di papa Innocenzo II di assegnare il monastero ai Cistercensi. Negli Annali del papa è scritto che nel 1140, restaurato il gruppo di edifici, trovato in stato di abbandono e allontanati gli ultimi Cluniacensi rimasti, «lo assegnò per gratitudine a Bernardo e alla Congregazione Cistercense». La gratitudine cui si riferisce lo scritto è quella del papa verso l’operato di San Bernardo a suo favore, durante lo scisma di Anacleto II, che era stato invece difeso dai Cluniacensi.
Il primo abate del monastero fu Pier Bernardo Paganelli, futuro papa col nome di Eugenio III che successivamente, conoscendo la vita dura in quella zona malarica, resa ancora più rigida dalla regola cistercense, permise ai monaci di vivere durante il periodo estivo nel castello di Nemi, da clima più sano.
Nel 1161 papa Alessandro III conferma il provvedimento e nel documento che ci è rimasto a testimonianza, per la prima volta, appaiono tutti insieme i nomi delle chiese delle Tre Fontane. È questo il periodo di maggior splendore per l’abbazia. I lavori al monastero vengono completati nel 1306, con la costruzione del chiostro e della sala capitolare.
Nel XIV secolo scompare dal monastero la reliquia di Sant’Anastasio e nel 1408 finalmente le reliquie trafugate vengono ritrovate nella sacrestia di Santa Maria in Trastevere e riportate alle Tre Fontane.
Con l’arrivo delle truppe napoleoniche e l’occupazione dello Stato pontificio, le fondazioni religiose vennero soppresse e i monaci cistercensi nel 1808 furono costretti ad abbandonare le Tre Fontane. Il monastero fu privato di tutti i suoi averi, i reliquiari e i preziosi arredi, donati da papi e regnanti nel corso dei secoli. Gli archivi e i testi e codici della biblioteca vennero trasferiti presso la biblioteche Vaticana e Casanatese.
La sorte del monastero non cambiò neanche con la restaurazione del governo pontificio: i Cistercensi erano ormai lontani e quando nel 1826 papa Leone XII visitò l’abbazia, sgomento per lo stato di abbandono , con una Bolla impose ai Cistercensi di affidare le Tre Fontane ai Francescani Minori di San Sebastiano, con l’obbligo di riprendere il culto e ricostituire una comunità. Ma i frati francescani, di fronte a un tale stato di abbandono degli edifici e al clima malsano del luogo, si limitarono a riaprire il complesso abbaziale solo parzialmente e la sera veniva chiuso.
Nel 1855 papa Pio IX, insieme con il Procuratore Generale dei Trappisti, Francesco Regis, che era in visita a Roma, tentò di varare un progetto per il recupero di Tre Fontane, ma il costo previsto ne impedì l’attuazione.

I monaci trappisti oggi

Con la Bolla del 21 aprile 1868, venne ricostituita una comunità che doveva avere almeno 14 religiosi: l’incarico fu dato ai Cistercensi Trappisti, a cui fu donata l’abbazia. I monaci della Grande Trappa intrapresero radicali opere di restauro degli edifici ma soprattutto si impegnarono a fondo per la bonifica integrale della zona, con la costruzione di sistemi di drenaggio delle acque stagnanti, pericolose anche per le fondamenta delle strutture edificate. La lotta alla malaria ebbe un grande alleato nell’albero di eucaliptus: i monaci trappisti ne piantarono molti, soprattutto dopo il 1870, quando, caduto il potere temporale della Chiesa, i Trappisti riuscirono ad ottenere un appezzamento di 450 ettari in cambio, di piantare almeno 125.000 alberi di eucaliptus. I lavori di bonifica continuarono fino ai primi del ‘900, quando la copertura di uno stagno nei pressi del monastero e l’uso di zanzariere e di chinino, mise fine al problema malaria. Oggi intorno al territorio dei monaci, intorno alla valle delle Acque Salvie, restituita alla vita e al culto delle sacre memorie, si estende la moderna città di Roma.

 

Originale amaro al luppolo, prodotto e imbottigliato presso l’Antico Liquorificio Trappisti delle Tre Fontane.

Alcool 32% vol.

Ingredienti:

Amaro, Arancio Amaro, Erbe aromatiche, Luppolo, Zucchero

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